“No politics, no war, just simple stories” nasce ufficialmente dalla tua residenza al Jerusalem Center of Visual Arts di Gerusalemme, ma ti ha dato modo oltre che di confrontarti con la specificità di quel luogo, anche di rielaborare il tuo patrimonio personale. Qual è il punto di vista che hai cercato di mantenere e quale riscontro hai ottenuto?
Prima della residenza al JCVA avevo prodotto dei lavori site specific, dal taglio molto critico, per un progetto tra il Museo Madre di Napoli e il CCA di Tel Aviv. Pensavo che avrei continuato la mia ricerca su questa linea, ma durante il soggiorno a Gerusalemme sono stata coinvolta in una serie di realtà che stanno lavorando, fuori i riflettori, per il dialogo e per la convivenza. Mi sentii confusa sulla linea da seguire finché, in un negozio d’antiquariato, rimasi colpita da due illustrazioni antiche che raffigurano una donna e un uomo che ballano nel deserto e delle persone che giocano a polo, entrambi dipinti a mano e accompagnati da scritture persiane. Riempii la proprietaria del negozio di domande sulla loro origine e chiesi se fosse capace di tradurre i testi, la signora mi disse che non poteva rispondere a nessuna delle mie domande e aggiunse seccata: “...in any case just look at the pictures, here no politics, no war, just simple stories”. Negando e affermando al tempo stesso una situazione di conflitti, questa dava risposta ai miei dubbi e avrebbe dato un senso al video che fece mio padre durante la guerra del Libano nel 1984. A quel punto è stato necessario riaprire tutto l’archivio di famiglia.
L’osservazione di una realtà diversa dalla propria implica sempre uno ”sforzo” conoscitivo-interpretativo che sottrae e aggiunge valore al nostro presupposto iniziale di oggettività. Questa condizione ricorrente nei tuoi lavori (Suburbia, Untitled (Israel), in God we trust) è una scelta precisa del tuo modus operandi?
C’è sempre qualcosa di quotidiano da risolvere, ma è il suo senso a ispirare il mio lavoro. Nella mia pratica artistica non vi è automatismo, ma è un processo di conoscenza, di studio, di ricerca e maturazione basato su un atto consapevole, che s’avvale di elementi storici. Il mio lavoro è infatti sempre ricco di storia e aneddoti. Io osservo la vita delle persone ed entro a farne parte, imparo da loro e da quello che dicono. In questo processo c’è anche una fortissima messa in discussione di me stessa come parte interattiva di una situazione o relazione, non sono mai una semplice spettatrice. Attraverso il mio lavoro prendo poi distacco dal coinvolgimento e allo stesso tempo gli restituisco una certa “sacralità”. È l’esperienza che suggerisce la forma delle mie opere.
“Sometimes ignorance gives you the change to ask the right question”. L’opportunità di porsi le domande giuste è una possibilità ventilata dal caso, dal procedere al di fuori dei retaggi culturali?
Questa frase l’ho scritta per accompagnare una collezione di fotografie e cartoline che vedono la forma del cerchio nelle danze ebraiche, in certe architetture di Tel Aviv, nel Santo Sepolcro e ad altri riferimenti umani e architettonici in Palestina e Israele. In passato non avevo mai spinto la mia ricerca artistica sul geometrismo, così, per onesta e per lasciare in sospeso la risposta, mi chiesi perché proprio la forma del cerchio in relazione a questa terra. Al di là di questa opera, azzerare volontariamente la nostra conoscenza è un atteggiamento di accoglienza senza ingenuità. È come nascere di nuovo e ricominciare a imparare con profondità.
Le 15 foto scattate tra Palestina e Israele hanno una caratteristica: il fuoco è al centro dell’immagine e “sbiadisce” verso i contorni. Quale macchina hai usato e perchè?
La macchina fotografica che ho usato è una Lomo e la particolarità delle sue foto è nelle sue sfocature, nelle parti bruciate dalle infiltrazioni di luce nel corpo macchina, nell’irregolarità dei contorni e nei colori acidi. Le immagini hanno un gusto onirico e sembrano ricordare delle vecchie foto di famiglia. Una sorta di “memoria familiare” che ha come soggetto un tema legato ai conflitti. In questa composizione, l’ostentazione della forza fisica di uomini israeliani che praticano sport sulla spiaggia di Tel Aviv, si confronta con i paesaggi e le architetture, ancora in costruzione, palestinesi e israeliane. Le foto invitano a cercare nella nostra memoria quei luoghi e quelle situazioni ed è attraverso questo sguardo che c’è un’aggiunta di valore, annullando una distanza nei confronti di una storia che ci riguarda. Esteticamente e per i paesaggi che raccontano, le foto si legano al video del Libano diventandone quasi gli still video in un movimento temporale, presente in tutta la mostra, tra il passato e il futuro.
Dai tuoi scatti emergono spesso elementi architettonici, l’urbanizzazione, la speculazione edilizia, le cattedrali nel deserto o la città-fortezza di Har Homa. Anche questa è land-art?
Per iniziare a conoscere questa terra mi sono servita dei testi di architettura e urbanistica di Alessandro Petti e Eyal Weizman. Libri ricchi di percorsi e informazioni dettagliate che ho esplorato attraverso una esperienza personale. Un approccio assai sensato quando parliamo di un paese come Israele che esercita il proprio potere politico attraverso l’architettura e l’urbanistica. In queste fotografie, con la land-art c’è in comune l’interesse per il paesaggio: la colonizzazione attraverso le città dormitorio e le pinete, le autostrade che soffocano in enclave i villaggi palestinesi, il muro e i confini in continuo movimento. Attraverso accostamenti e composizioni con altri elementi, le mie fotografie si concettualizzano in formulazione di idee, l’esibizione della forza fisica con le costruzioni architettoniche, le colonie con la Torre di Babele e i disegni del Purgatorio e l’Inferno di Dante.
Il video Lebanon 1984 e la foto “Giovane Italia” affascinano e turbano al tempo stesso. Vuoi raccontare quest’ambiguità? Per te che sei anche affettivamente coinvolta cosa significa vederli in una galleria?
Il video “Lebanon 1984” cerca la normalità in una situazione di guerra. È un opera-reperto che mostra come si viveva realmente nella base ONU durante la guerra del Libano. Nel video si alternano scene di persone ferite, voli su Beirut, ritratti di gente locale, ma soprattutto gite al mare, partite di calcio e scherzi nella base militare. I protagonisti diventano degli eroi di guerra, lontano dal modello cinematografico, ma che incarnano l’aspetto umano del guascone italiano, un po’ nostalgico, romantico, divertente e superficiale, che corteggia le bionde svedesi dell’infermeria del Swedmedcoy. Poi improvvisamente serio e affidabile. Vogliamo subito bene a questo eroe della porta affianco che guida abilmente gli elicotteri provocandoci il fascino alla macchina bellica. La fotografia “Giovane Italia” cavalca l’ambiguità della citazione politica: quella di Mazzini o quella di due partiti di destra nello scenario della politica contemporanea? Il motto di una nuova epoca pende precaria su un uomo che veste la maschera commerciale della generosità e della benevolenza, invece sullo sfondo, la scritta UN, contestualizza i luoghi e i tempi storici, aprendo nuovi livelli di lettura sui rapporti internazionali. L’ambiguità ha in queste opere un’accezione positiva poiché mistificando e mettendo tutto di nuovo in discussione, riapre la possibilità di rivalutare certi schemi e certe immagini. Per me, avere queste opere nella mostra, crea non solo coerenza con tutti gli altri lavori in esposizione, ma attualizza la relazione con me stessa e la mia storia personale, un processo consolidato della mia pratica artistica.
La playlist dei brani del video aggiungono notevole “densità” alle immagini e ai momenti di “presa diretta”. Vuoi commentarla?
La musica è qui un forte elemento auto-interpretativo, che mostra come loro si vedevano e come si volevano ricordare. I brani accompagnano le scene aggiungendo toni comici, romantici e nostalgici, ma anche eroici, com’è provocato dal rock progressivo dei Pink Floyd sulle scene in elicottero. Oltre a dare fluidità alla durata del video, la musica contribuisce come elemento culturale di un’epoca, quella degli anni ’80 e la musica ritorna nella nostra memoria creandoci sentimenti nostalgici. Un’altra operazione alla unosolo_project room di Milano della 1/9unosunove, è stata quella di estendere la musica e i dialoghi del video in tutti gli ambienti della galleria. Il primo incontro con la mostra è sonoro e senza vederne la sorgente, esso assume una fisicità separata dalla sua fonte come opera a sé, in un dialogo di un tempo passato, con le installazioni e le foto in mostra.
Progetti futuri?
In verità non amo parlare dei miei progetti futuri, né delle mostre in programma né delle opere sulle quali sto lavorando. Sviluppo continuamente nuovi progetti, ma questa è una fase del processo per me molto intima che condivido solo con le persone con cui lavoro a stretto contatto. Tra i diversi progetti, ci sono dei lavori editoriali e una ricerca sull’esotismo iniziato nel 2008.
Raffaella Crispino, Milano, Unosolo
Giovanni Riga
No Politics, No War, Just Simple Stories
intervista
mostra personale
unosolo project room, 1/9unosunove, Milano
22 Settembre - 30 Ottobre 2010
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